Ci sono le whale fall nel Mediterraneo?

Sì, ci sono!

Anche se non sono state ancora studiate.


Ci sono almeno TRE evidenze che testimoniano la presenza delle whale fall communities nel Mar Mediterraneo:

PRIMO

Durante una crocera esplorativa effettuata nel 1998 nel Mediterraneo orientale (Medinaut cruise), il sommergibile Nautile ha avvistato e fotografato grossi scheletri di cetacei sul fondo marino a circa 2000 metri di profondità. Nonostante non sia stato effettuato uno studio di dettaglio, è presumibile che invertebrati e vertebrati marini si siano cibati della carcassa.

Localizzazione del Napoli Mud Vulcano. Immagine fornita da Jean Mascle (IFREMER)

Cetaceo sul fondo a circa 2000 metri di profondità. Foto fornita da Jean Mascle (IFREMER)

SECONDO

Invertebrati marini, in particolare molluschi, associati a ossa di balena dragate dalle reti dei pescatori, sono stati documentati nel passato nel Mar Mediterraneo. In particolare esemplari del mitilide Idas, un genere tipico delle whale fall communities, sono stati rinvenuti nel sud dell’Adriatico, al largo delle coste della Toscana e di Almeria (Idas simpsoni & Idas ghiotti; Warén & Carrozza, 1990, Bolotin et al. 2005). Questi ritrovamenti, seppur sporadici, testimoniano quindi l’esistenza di una fauna adattata a sfruttare l’energia fornita dalla decomposizione di carcasse di balena.

Idas simpsoni associate ad un cranio di Balaenoptera physalus dragato a 430 metri di profondità nel Mar Adriatico. Da Bolotin et al. 2005: First record of Idas simpsoni (Mollusca: Bivalvia: Mytilidae) in the Adriatic Sea

TERZO

La presenza di comunità associate alle carcasse di balena nel Mediterraneo è stata già dimostrata  per il passato geologico. Ricerche condotte dal Museo di Storia Naturale di Firenze, in collaborazione con il Dip.to di Scienze della Terra dell’Università di Firenze, hanno portato alla luce il resto fossile di un misticete con associati molluschi chemiosintetici: si tratta di lucinidi, bivalvi tipici degli ambienti riducenti, che si nutrivano dell’acido solfidrico sviluppato dalla decomposizione della carcassa, soprattutto dei lipidi contenuti all’interno delle ossa (Dominici et al. 2009). La scoperta è stata fatta presso la località di Orciano Pisano (PI) in terreni che risalgono a circa 3 milioni di anni fa.

Balena di Orciano Pisano. Foto dal sito http://www.ahistoryoflife.com

Balena di Orciano Pisano. Foto dal sito http://www.ahistoryoflife.com

Link: http://www.ahistoryoflife.com/index.php?option=com_content&task=view&id=16&Itemid=31

Bibliografia:

Bolotin, J., Hrs-Brenko, M., Tutman, P., Glavic, N., Kožul, V., Skaramuca, B., Lucic, D., and Lucic, J., 2005, First record of Idas simpsoni (Molluska: Bivalvia: Mytilidae) in the Adriatic Sea: Journal of the Marine Biological Association of the UK, v. 85, p. 977-978.

Dominici, S., Cioppi, E., Danise, S., Betocchi, U., Gallai, G., Tangocci, F., Valleri, G., and Monechi, S., 2009, Mediterranean fossil whale falls and the adaptation of mollusks to extreme habitats: Geology, v. 37; p. 815–818.

Warén, A., and Carrozza, F., 1990, Idas ghisotti sp. n., a new mytilid bivalve associated with sunken wood in the Mediterranean: Bollettino Malacologico, v. 26, p. 19-24.

Silvia Danise

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Balene: ricercate vive o…morte!

Lo spiaggiamento di grossi cetacei è un fenomeno che in modo periodico ed imprevedibile chiama ad interventi di emergenza alcuni comuni della fascia costiera italiana. La soluzione adottata di solito è l’interramento, che però comporta il reperimento di discariche idonee, una logistica complessa, grossi costi e conseguenze ambientali poco conosciute.

Poco considerata è invece la possibilità di trainare al largo le carcasse ed affondarle in modo artificiale, una soluzione meno costosa e più naturale dal punto di vista ecologico. Se la carcassa affondata fosse inoltre localizzabile ed accessibile si creerebbe un’opportunità unica di studiare la successione ecologica ad essa associata.

Le comunità che si insediano su una carcassa di balena che dopo la morte affonda sul fondale marino (whale fall communities), sono infatti ben studiate in molti oceani del globo, ma ad oggi praticamente sconosciute in Mediterraneo, nonostante questo sia uno dei mari storicamente più esplorati.

Gli studi finora effettuati nell’Oceano Pacifico Orientale, al largo del Giappone e nel Mare del Nord hanno portato alla scoperta di molte specie nuove, molte con adattamenti del tutto particolari, utili a sfruttare una fonte di energia tanto ricca quale è una balena. Inoltre gli ecosistemi associati alle carcasse di balena hanno la maggiore biodiversità finora conosciuta per gli ambienti marini profondi.

Il 2010, anno dedicato alla biodiversità, meriterebbe un’attenzione volta non solo alla salvaguardia dell’habitat in cui vivono e si riproducono i grandi mammiferi marini, ma anche a quel particolare ecosistema a cui danno vita dopo la morte.

Per avere maggiori informazioni:

Museo di Storia Naturale, Università di Firenze (Stefano Dominici: stefano.dominici@unifi.it)

Stazione Zoologica “Anton Dohrn” di Napoli (Maria Cristina Gambi: gambimc@szn.it)

Dipartimento di Scienze del Mare, Università di Ancona (Antonio Pusceddu: a.pusceddu@univpm.it).

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