La balenottera di San Rossore: primo esperimento in Mediterraneo

Il 26 gennaio 2011 un esemplare maschio di Balaenoptera physalus, lungo 16,80 m e pesante 16-18 tonnellate, si è spiaggiato all’interno del Parco Regionale di Migliarino, San Rossore, Massacuccoli, all’interno della Tenuta di San Rossore, nel comune di San Giuliano Terme (Pisa), a circa due chilometri a nord della foce del Fiume Morto.

La balenottera di San Rossore al secondo giorno dopo lo spiaggimento: autopsia in corso.

La balenottera era la stessa fotografata in mare dal fotografo Roberto Neri il 16 gennaio al largo di Follonica e poi ripresa davanti al porto di Viareggio il 23 gennaio dall’Associazione *Cetus*. La comparazione delle fotografie della pinna dorsale è stata effettuata da Letizia Marsili dell’Università di Siena e da Davide Bedocchi del *Cetus* di Viareggio. L’autopsia condotta dopo lo spiaggiamento dall’equipe di veterinari diretta dal Dr. Sandro Mazzariol dell’Istituto di Veterniaria dell’Università di Padova ha consentito di rilevare un strato di grasso di soli 6 cm, molto ridotto rispetto ai 9-10 tipici di esemplari di queste dimensioni e forte indizio di malnutrizione. Dai primi esami macroscopici svolti giovedì sera risulta che l’animale era ricoperto di parassiti e alla morte aveva uno stomaco vuoto e un’evidente situazione di stress per non aver mangiato da almeno 20 giorni.

A seguito della difficoltà di praticare uno smaltimento della carcassa tramite interramento o trasporto in altro luogo è stato preso in considerazione il protocollo che propone l’affondamento in mare, documento predisposto dal Dr. Stefano Dominici del Museo di Storia Naturale di Firenze e dalla dottoressa Silvia Danise del Dipartimento di Scienze della Terra della stesso ateneo. Tale progetto di massima, predisposto in occasione della nascita di questo blog (vedi l’appello), è associato alla proposta di studiare le comunità di organismi marini che si nutrono dei tessuti dell’animale, tornando a monitorare la carcassa con l’uso di veicoli a controllo remoto. Di concerto con i veterinari dell’ASL e quelli dell’Università di Padova, che hanno verificato l’assenza di rischio infettivo, si è quindi proceduto con l’affondamento della carcassa della balenottera avvenuto il giorno 2 febbraio a circa 10 miglia dalla costa a una profondità di circa 50 m. Per l’affondamento sono stati predisposti blocchi di cemento per un peso di circa 20 tonnelate necessari per portare a fondo un animale di queste dimensioni; le zavorre sono state agganciate alla carcassa in prossimità della coda e della zona centrale del corpo. La profondità di affondamento è stata scelta per soddisfare alcune esigenze sia di ordine scientifico che pratico.

Operazioni di preparazione della carcassa per l'affondamento.

Gli studi in aree extramediterranee hanno mostrato che a grandi profondità le carcasse ospitano organismi specializzati allo sfruttamento dei grassi contenuti nelle ossa, come a titolo di esempio il polichete Osedax (=mangiatore di ossa), insieme conosciuti come whale fall communities (WFC=comunità di carcassa di balena). Questi organismi si sono evoluti nel corso del Cenozoico a partire da specie di ambiente marino costiero, ma non è ancora chiaro che diffusione abbiano in acque basse essendo pochissime le carcasse finora studiate. In Mediterraneo lo stato delle conoscenza è ancor più frammentario, tanto che una vera e propria WFC moderna non è mai stata studiata. I ricercatori dell’Università di Firenze hanno tuttavia rinvenuto e studiato dal 2007 una WFC fossile presso la carcassa di un balenotteride pliocenico, sempre in territorio toscano, a Orciano Pisano (vai all’articolo). Da queste ricerche è nata la proposta di affondare artificialmente una carcassa per studiare nel tempo le WFC in acque relativamente basse e fornire dati che interessano istituti di ricerca nazionali e internazionali.

La carcassa trainata dal rimorchiatore Peter Pan.

Il monitoraggio successivo della carcassa sarà condotto dal personale della Sezione di Geologia e Paleontologia del Museo di Storia Naturale di Firenze e dall’ARPAT di Livorno, attività che rientra a pieno titolo in quelle previste dal progetto Gionha di cui ARPAT è capofila. Hanno mostrato il loro interesse ricercatori della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, dell’Università di Bergen in Norvegia, del Natural History Museum di Londra, del Max Planck Institute di Brema e dell’Università delle Hawaii a Manoa. Il piano di monitoraggio prevede la registrazione d’immagini sugli organismi spazzini che si cibano dei tessuti molli dell’animale, seguita da una più lunga fase di registrazione immagini e raccolta campioni per verificare quali organismi andranno a popolare i dintorni dello scheletro nel corso degli anni.

 

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