Balene: ricercate vive o…morte!

Lo spiaggiamento di grossi cetacei è un fenomeno che in modo periodico ed imprevedibile chiama ad interventi di emergenza alcuni comuni della fascia costiera italiana. La soluzione adottata di solito è l’interramento, che però comporta il reperimento di discariche idonee, una logistica complessa, grossi costi e conseguenze ambientali poco conosciute.

Poco considerata è invece la possibilità di trainare al largo le carcasse ed affondarle in modo artificiale, una soluzione meno costosa e più naturale dal punto di vista ecologico. Se la carcassa affondata fosse inoltre localizzabile ed accessibile si creerebbe un’opportunità unica di studiare la successione ecologica ad essa associata.

Le comunità che si insediano su una carcassa di balena che dopo la morte affonda sul fondale marino (whale fall communities), sono infatti ben studiate in molti oceani del globo, ma ad oggi praticamente sconosciute in Mediterraneo, nonostante questo sia uno dei mari storicamente più esplorati.

Gli studi finora effettuati nell’Oceano Pacifico Orientale, al largo del Giappone e nel Mare del Nord hanno portato alla scoperta di molte specie nuove, molte con adattamenti del tutto particolari, utili a sfruttare una fonte di energia tanto ricca quale è una balena. Inoltre gli ecosistemi associati alle carcasse di balena hanno la maggiore biodiversità finora conosciuta per gli ambienti marini profondi.

Il 2010, anno dedicato alla biodiversità, meriterebbe un’attenzione volta non solo alla salvaguardia dell’habitat in cui vivono e si riproducono i grandi mammiferi marini, ma anche a quel particolare ecosistema a cui danno vita dopo la morte.

Per avere maggiori informazioni:

Museo di Storia Naturale, Università di Firenze (Stefano Dominici: stefano.dominici@unifi.it)

Stazione Zoologica “Anton Dohrn” di Napoli (Maria Cristina Gambi: gambimc@szn.it)

Dipartimento di Scienze del Mare, Università di Ancona (Antonio Pusceddu: a.pusceddu@univpm.it).

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